The sleeping series

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La poetica dell’istante
di Paolo Blendinger

27 maggio 2011, ore 15.30 – In uno dei due passaggi che danno sul lago tra i Palazzi Gargantini di Lugano vengo fermato da uno sconosciuto, una fotocamera in mano. Mi chiede, non senza una certa sorpresa e diffidenza da parte mia, se può fotografarmi. Alla mia domanda se debba mettermi in posa o meno, mi risponde di non badare a lui, di continuare tranquillamente come se non ci fosse. Mentre parliamo penso a quel principio umanistico della creazione artistica che ne pone l’origine nella casualità.
Ho appena incontrato Maurizio Molgora, ma non so ancora che sarà l’inizio di una frequentazione continua. Non posso sapere che col tempo sarò coinvolto nel suo mondo d’immagini.
22 luglio 2011, ore 18.30 – Rivedo Molgora a una vernice al Museo Moesano di Grono. Tra la gente giunta nella torre medievale, appartato, scatta foto al pubblico davanti alle opere esposte. Rispetto alla visuale del soggetto si pone sempre in un angolo, come in uno spazio secondario, dimenticato, che occupa con discrezione, spettatore attento del momento. Quando scopro l’album della serata, mi distraggono delle fotografie che ad essa non appartengono, fotografie altre, apparentemente avulse, come dei ganci da macellaio che pendono come pendevano i dipinti, la statua di un santo colta forse in una sacrestia, luogo di custodia della sacralità messa in un cassetto, come nell’evento… pendevano i dipinti, un corridoio vuoto, un fiore, un barbone che dorme in qualche sottopasso, tutte immagini che seguono riflessioni, suggestioni intime che in parte mi sfuggono. Realtà diverse si sovrappongono, diventano racconto e penso ad una frase di René Magritte: “La mente ama l’ignoto. Ama le immagini il cui significato è sconosciuto, poiché il significato della mente stessa è sconosciuto.”

Da allora numerose volte ci siamo rivisti e sempre ha saputo sorprendermi con gesti, osservazioni o colloqui che sono restati nella memoria e ancora sono stato oggetto dei suoi scatti in ambiti, situazioni sempre diverse. Ho rivissuto, accanto a lui, il nostro primo incontro nei suoi approcci a persone che incrociavamo casualmente, e ancora mi colpisce che solo pochissimi si siano negati a quella intima presa di possesso, pur rivedendo sempre quella stessa sorpresa e iniziale diffidenza che fu già mia.

Rivedendo e rivedendo i suoi scatti ne ho scoperto, eviscerato la scrittura personale o, se volete, lo stile e ho cominciato ad individuarne una sorta di respiro, quasi un progetto: uomini e donne, giovani e anziani, l’individuo isolato, in gruppo, annegato nella folla, un’umanità che sfila, persa, distratta, comunque vagante nella nostra provincia sugli estremi confini dell’Impero.
Con le persone l’ambiente, tutto quello che nel vagare ha colpito l’attenzione, dalla facciata di una chiesa barocca, ai resti di un ratto rinsecchito sul marciapiede nella sua ombra. Frames… già: l’immagine fotografica quale fossilizzazione dell’istante, di quel tutto e nulla, l’istante bloccato, sospeso, l’istante che assurge a testimonianza. Nella fidelizzazione al suo linguaggio ho infine colto una qualità, che è propria del poeta, in cui ogni parola e suono e senso è sempre, comunque, significante, parte di un grande affresco, quello di Molgora, colto nella frazione di secondo in cui un obiettivo si apre, a diventare immediatamente memoria.

Fra le sue immagini quelle delle Sleeping series, oggetto di questa sua prima personale alla Fafa Fine Art, un ciclo particolare, inedito perché Polaroid, perché quasi tutte oggetto di una posa, dunque di una finzione – pochissime quelle “rubate” in cui il soggetto davvero dormiva –. Se l’arte è, nella picassiana memoria, una bugia che dice la verità, la bugia qui portata è quella del dormire. La finzione è maschera, con essa l’abbandono di ogni difesa, gli occhi chiusi, il corpo afflosciato, inerme, bloccano il soggetto ritratto nella sua interiorità, proiettandolo nella lontananza dei suoi pensieri in un distacco che appaga il voyeurismo proprio, connaturato all’artista. Una presa di possesso totale, incondizionata, persino sfrontata e provocatoria. Chiudendo il sipario dello sguardo resta la coscienza. Quello che considero il silenzio dell’immagine diventa totale, assoluto.Sleeping series, un ciclo che nella moltiplicazione dell’uno indivisibile (dell’individuo) finisce coll’accomunare i soggetti ritratti come in un epos collettivo.
Credo che Molgora altro non voglia essere che un testimone del fluire del suo tempo, paparazzo – con le sue immagini violate – di ognuno e nessuno.


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Maurizio Molgora è nato nel novembre del 1964 a Milano. Visual e graphic designer lavora da anni nel campo della comunicazione visiva. Ha iniziato negli anni ’80 come autore di comics underground, suoi lavori sono stati pubblicati su fanzine e riviste italiane. In Svizzera ha pubblicato, tra le altre, per Extra del Corriere del Ticino e Il Diavolo. Ha curato la comunicazione e la grafica per La fabbrica di Losone, durante la prima stagione di eventi. Da oltre 10 anni cura la comunicazione per un gruppo industriale svizzero creando strumenti editoriali, pubblicazioni, campagne pubblicitarie, eventi come la partecipazione al Salone del Mobile di Milano e altri. Dopo qualche esperienza nella pittura neo-espressionista (partecipazione collettive a Porlezza, Lugano, Milano, Losone) ha scelto di dedicarsi alla fotografia, disciplina che affianca alla grafica nella sua attività professionale e che porta vanti in modo autonomo, come linguaggio espressivo. Lavora sia con tecnologia digitale che analogica (polaroid, instamatic).